STATI DI ECCITAZIONE/2 (versione integrale)
Dopo quel magico giorno d’estate in cui Athina ed io sperimentammo una nuova, e fino a quel momento, sconosciuta dimensione del piacere, la nostra unione di coppia divenne ancora più solida, il nostro stare insieme ancora più coinvolgente e il nostro amore ancora più totale ed assoluto. La complicità che ora ci univa, l’esserci confidati i nostri più segreti desideri sessuali senza alcuna inibizione, il riuscire a far emergere la capacità di comunicare l’uno con l’altra le nostre più profonde pulsioni erotiche, senza remore o falsi pudori, tutto questo contribuì ad avvicinarci e ad unirci in modo assolutamente impensabile, fino a farci sentire le due facce, perfettamente combacianti, di una stessa medaglia.
Molto spesso avevamo ripetuto quel gioco erotico, il gioco dello smalto. Facevamo l’amore con regolarità, regalandoci tutto il piacere possibile, e, a volte, Athina si faceva applicare lo smalto ai piedi da me, per perderci in quelle meravigliose sensazioni di cui avevamo scoperto di voler godere. C’eravamo divertiti con smalti di diversi colori, da quelli più classici ad alcuni sicuramente improbabili, per rendere il nostro divertimento ogni volta diverso, ogni volta più eccitante, e per non correre il rischio che l’abitudine potesse appannare l’erotismo di quei momenti. Ma, dentro di me, di giorno in giorno sentivo che era giunto il momento di provare qualcosa di nuovo, di aggiungere un ulteriore tassello a quel puzzle che era l’evoluzione e il completamento del nostro piacere sessuale. E sapevo per certo che anche per Athina era così. Me ne aveva parlato un giorno, mentre stavamo abbracciati, rilassati e felici dopo aver fatto l’amore. Mi aveva confidato che avremmo dovuto pensare a qualcosa di diverso, qualcosa che ci facesse provare nuove e più intense sensazioni, così come era stato all’inizio con il gioco dello smalto. Dovevamo trovare un qualcosa che rappresentasse una novità, e che ci regalasse nuovamente la straordinaria emozione della prima volta. D’idee ne avevamo molte, ma, di fatto, nessuno dei due si decideva a prendere l’iniziativa. E l’occasione, della quale da lungo tempo eravamo alla ricerca, si verificò improvvisamente in autunno.
Era quasi un mese che non ci vedevamo; Athina viveva ad Atene, per frequentare l’università, ed io a Rodi, con il mio lavoro presso il comune. Ma quel fine settimana d’ottobre avevamo programmato di incontrarci, e che fossi io ad andare da lei, visto che le feste di Natale erano ancora troppo lontane per aspettare d’incontrarci. E così il venerdì sera avevo preso il traghetto dal porto di Rodi e, dopo la notte di navigazione, il sabato mattina presto mi aveva visto sbarcare al Pireo.
Il mini-appartamento, che i genitori pagavano ad Athina per permetterle di frequentare con regolarità i corsi universitari, era situato alla periferia di Atene, proprio su una delle grandi strade che conducono verso il Pireo. Ma, anche se Atene e Pireo sono, di fatto, unite in una grande, caotica ed unica città, la casa di Athina si trovava comunque troppo lontana dal porto perché io la potessi raggiungere a piedi. Visto che, però, lei sarebbe stata impegnata con le lezioni almeno fino a mezzogiorno, e non avendo perciò alcuna fretta di arrivare a casa sua, uscii dal porto camminando tranquillamente, con l’intenzione di fare una bella passeggiata, per poi prendere l’autobus, ma solo in un secondo momento. E camminando per le strade affollate del Pireo, in quella tiepida giornata d’autunno, guardavo i negozi, e spesso mi soffermavo davanti alle vetrine, osservando tutto quello che vi era esposto, anche se non particolarmente interessato a fare grandi acquisti.
Passai davanti ad una lunga serie di negozi d’abbigliamento, ad un paio d’agenzie turistiche, ad alcuni fast food e ad un grande magazzino di elettronica. Ad un certo momento mi ritrovai a sbirciare nelle vetrine di un piccolo sexy-shop: erano velate da una tenda, quel tanto che bastava ad evitare che si potesse vedere apertamente all’interno del negozio. Rimasi per qualche secondo pensieroso, indeciso se entrare e dare un’occhiata o se proseguire nella mia camminata. Ma la curiosità di vedere gli articoli esposti e l’idea di trovare un qualcosa di particolare, qualche nuovo gioco da provare quella sera stessa con Athina, mi portò, in breve, a varcare la soglia di quel benedetto sexy shop.
Mi ritrovai, d’improvviso, in un mondo incredibile, quasi inverosimile, per metà eccitante, per metà decisamente comico nella straordinaria varietà di articoli legati al sesso che vi erano esposti. Il buffo era che, di molti di quegli oggetti che facevano bella mostra di sé, non capivo neppure quale fosse la funzione. Vi era di tutto e di più; ogni voglia, ogni desiderio, ogni capriccio sessuale poteva essere esaudito, da quelli più semplici e assolutamente normali a quelli che solleticavano una certa dose di perversione. Era un’esposizione d’oggetti dedicati al sesso moltiplicata all’ennesima potenza, dove un discreto numero di persone, sia uomini che donne, si aggirava interessato ai vari articoli. Passai rapidamente di fronte al reparto video e riviste, che offriva una gamma infinita di scelte, dalle più comuni riviste porno, ai video in cui ogni sorta di rapporto sessuale veniva documentato sin nei minimi dettagli. Mi soffermai, invece, e con un interesse sicuramente maggiore, nel reparto oggettistica vera e propria. Qui, accanto a biancheria intima, nera e colorata, ma comunque sempre e solo estremamente erotica ed esplicita, vi erano esposte creme ed unguenti, manette e frustini, vibratori e falli di gomma di ogni colore e dimensione, oltre a molte altre cose che mi apparivano curiose e misteriose; osservai il tutto con attenzione, anche se non avevo alcuna idea particolare per la testa, convinto che, alla fine, la vista di un qualche articolo sarebbe stata sufficiente ad accendere e stuzzicare la mia fantasia, e che mi portasse ad immaginare che cosa avrei potuto fare quella sera con la mia Athina.
E, infatti, mentre scorrevo con gli occhi gli oggetti esposti su una delle mensole, notai la riproduzione di un fallo, in lattice di gomma, di una tonalità così scura che riproduceva fedelmente quella tipica della pelle del pene di un uomo di colore. Era sicuramente grande e lungo, certamente molto di più di un normale pene maschile, con una larga cappella, perfettamente imitata anche nei più minimi particolari. Rimasi molto colpito dall’accuratezza della riproduzione: ogni dettaglio era stato riprodotto così bene da apparire vero e reale a tutti gli effetti. Sicuramente al tatto la differenza sarebbe saltata fuori: però… Guardandolo capii che avevo trovato quello che cercavo. Pensai ad Athina e alla notte che avremmo passato insieme, e un brivido di eccitazione mi prese a scorrere impaziente nelle vene. Il fallo era avvolto in una confezione di plastica rigida trasparente, con sopra una foto che spiegava in maniera esplicita l’uso che se ne sarebbe potuto fare. Come se poi ci fosse stato bisogno di spiegazioni !
Insomma, mi decisi infine ad acquistarlo: lo presi dallo scaffale, vincendo l’imbarazzo, aiutato anche dal fatto che un uomo accanto a me stava valutando con estrema attenzione le differenze tra due vibratori, talmente assorto nei suoi pensieri da non degnarmi nemmeno di uno sguardo. Con il mio acquisto tra le mani mi diressi velocemente verso la cassa. Ebbi soltanto un attimo d’incertezza quando mi accorsi che il pagamento lo avrei dovuto fare ad una ragazza: sedeva tranquilla dietro il registratore di cassa, sfogliando un qualche depliant pubblicitario. Per prendere tempo, finsi un interesse esagerato per tutta una serie di perizomi multicolori, che decoravano alcuni metri di una parete del negozio. Ma non potevo rinviare il pagamento in eterno. Alla fine, presi il coraggio a due mani, e mi avviai verso la cassa. La commessa, sorridendomi, e con assoluta naturalezza, avvolse l’ingombrante fallo in una carta rossa (dello stesso colore del mio viso, immagino !) e lo mise in una busta bianca ed assolutamente anonima. Pagai quello che dovevo ed uscii dal negozio con il “nostro” nuovo giocattolo sotto il braccio.
Mi fermai su una panchina, in uno spelacchiato giardinetto pubblico, e accertatomi che nelle vicinanze non ci fosse nessuno, scartai il mio acquisto, aprii la confezione di plastica e tirai fuori il fallo che avevo comprato. Rapidamente, e con il terrore che qualcuno potesse vedermi, lo riavvolsi nella carta rossa e lo infilai nello zaino, assieme ai vestiti di ricambio che mi ero portato. Gettai la busta bianca e l’involucro di plastica rigida nel primo cestino dei rifiuti che incontrai: quando avessi mostrato il mio acquisto ad Athina non volevo che lei perdesse tempo a scartarlo. Camminai ancora per una ventina di minuti: poi attesi ad una fermata l’autobus che mi avrebbe portato fino ad Atene.
Quando arrivai sotto casa di Athina, lei non era ancora giunta, ed io, pur avendo una copia della chiave del suo appartamento, l’attesi pazientemente davanti al portone. E finalmente, dopo un buon quarto d’ora, la vidi arrivare: le corsi incontro, abbracciandola e baciandola con gioia. I nostri cuori battevano rapidi, mentre ci stringevamo felici l’uno all’altra. Non ci vedevamo da quasi un mese ed eravamo avidi di quel contatto fisico che da troppo ci mancava.
Salimmo in casa e parlammo a lungo di tutto quello che era accaduto dall’ultima volta che c’eravamo incontrati, lei raccontandomi dell’università e dei suoi studi, io aggiornandola delle poche novità di Rodi. Naturalmente facemmo anche l’amore, ma ci amammo delicatamente, quasi in punta di piedi e di sfuggita. Fu come gustarsi un aperitivo prima di sedersi a tavola per un pranzo luculliano: sapevamo entrambi di avere a disposizione per noi l’intera notte seguente, e volevamo dedicare al sesso tutte quelle lunghe ore, assaporando con calma le sensazioni che i nostri corpi ci avrebbero regalato. Fu per questa ragione che il pomeriggio preferimmo uscire: andammo al cinema e poi a cena in un locale che conoscevamo da tempo per l’ottima cucina e per i prezzi modici che aveva. Camminammo a lungo abbracciati per le strade affollate, ridendo e scherzando, complici come sempre, godendoci ogni minuto di quelle ore, fino a quando il desiderio di tornare a casa e di andare a letto, finalmente insieme, divenne così impellente da diventare difficilmente gestibile, spingendoci a terminare la serata e a rientrare nell’appartamento di Athina.
Dopo esserci fatti le docce, ci sdraiammo sul letto. Tenevo Athina tra le mie braccia, nuda, calda e immensamente desiderabile; i miei occhi scorrevano deliziati sul suo corpo morbido e flessuoso, sulla sua pelle così scura da sembrare quasi perennemente abbronzata, sulle sue gambe, tornite e slanciate, e su quei piedi che tanto piacere mi sapevano regalare. I capelli biondi sparsi sul cuscino, umidi per la doccia, Athina mi appariva, ogni volta che la vedevo, sempre più bella e ancora più affascinante e sensuale di come la ricordavo.
La carezzavo languidamente, senza fretta, per far crescere in noi il desiderio, per non rischiare di rendere troppo breve quella lunga notte che avevamo davanti. Ma, come sempre, l’eccitazione mi saliva impetuosa, tenuta a freno con sempre maggiore difficoltà, ed anche lei iniziava a mostrare i chiari segni dell’impazienza. Non vedevo l’ora di coinvolgerla nel gioco erotico che avevo in mente da quella mattina, dopo aver fatto il mio acquisto nel sexy-shop. Fremevo dalla voglia di mostrarle quello che avevo comprato, ma allo stesso tempo indugiavo, godendomi quell’attesa, erotica e febbrile, quasi spasmodica e convulsa.
- Ho voglia di te… una voglia matta di giocare con te… - le sussurrai, accostandomi al suo orecchio e facendola rabbrividire. Athina girò il viso e cercò le mie labbra, baciandomi deliziosamente. Poi si guardò i piedi, fraintendendo le mie parole. - Amore, lo smalto me lo sono messo ieri… guarda… - mi disse, sollevando un piede. Avevo già notato, naturalmente, le sue unghie curate e laccate di rosa, ma feci ugualmente una faccia delusa, lasciando che l’equivoco fra noi andasse avanti. - Mi dispiace, ma non ho proprio pensato di togliermelo prima del tuo arrivo. Se desideri, ci metto un attimo a levarlo… così potrai rimettermelo tu… - continuò Athina. - Fa niente - le risposi, passandole la lingua sul collo e assaporando il profumo della sua pelle - Allora, però… dovrai fare una penitenza, mia cara… - Athina mi guardò sorpresa e, vedendo che sorridevo, intuì che le stavo per proporre un qualcosa di nuovo ed insolito, una variante a quello che di solito facevamo. - Una penitenza ? E cosa dovrei mai fare ? - mi chiese, incuriosita dalle mie parole. - Ora ti faccio vedere - le risposi, passandole un dito sulle labbra vellutate.
Afferrai lo zaino che mi ero portato e che avevo sistemato, senza farmi vedere da lei, a fianco del letto, e tirai fuori il fallo, ancora avvolto nella carta rossa. - Ecco la tua penitenza… qualcosa di diverso dal consueto… - - Che cos’è ? - chiese Athina, sempre più curiosa, ed ora visibilmente interessata. Le porsi il pacchetto. - Aprilo e lo saprai - conclusi, chinandomi a leccarle i seni ed i turgidi capezzoli.
Athina allontanò la mia testa dalle sue tette e si mise seduta sul letto, a gambe incrociate. Soppesò per qualche istante l’oggetto, rigirandoselo tra le mani, e quindi prese a scartarlo. Quando la carta venne via, si ritrovò in mano il fallo di gomma. - Ma…ma è enorme ! - disse ridendo - E’ il doppio del tuo ! - - Ehi, ragazza… vacci piano… potrei anche offendermi - le risposi, ridendo insieme a lei, e valutando le sue reazioni. Athina vi passò la mano sopra, poi lo strinse nel pugno, come a saggiarne la consistenza; con un fremito di eccitazione, notai la sua mano, dalle lunghe unghie laccate di rosa, risaltare meravigliosamente su quel cazzo, così enorme e così scuro. - E’ bellissimo… e… ora te lo voglio confessare… ho sempre immaginato di tenere tra le mani il cazzo di un uomo di colore… e questo è incredibilmente simile… - disse Athina, il respiro che iniziava a farsi affannoso. Continuò a far scorrere la mano in su e in giù, lungo l’asta del fallo. - La mano, però, non scivola bene. La gomma fa troppo attrito - disse lei, sempre sorridendo, ma chiaramente eccitata dalla novità. Le feci scorrere una mano lungo la schiena. - Forse, se tu lo leccassi un pochino… la situazione potrebbe migliorare… non credi ? - buttai lì, tra il serio ed il faceto. - Non penso che la saliva sia la miglior soluzione… - mi rispose lei - …però ho un’altra idea… - Visibilmente impaziente, Athina si alzò dal letto, nuda e stupenda. - Aspetta un attimo… - mi disse, uscendo rapidamente dalla camera.
Mi sdraiai sul letto, le mani intrecciate dietro la testa, il cazzo eretto e fremente. Athina si era eccitata alla vista di quella copia così perfetta di un cazzo, ed ora ero convinto che la notte sarebbe stata meravigliosa. Quando lei rientrò in camera da letto teneva un flacone di olio abbronzante tra le mani. Salì sul letto, accanto a me, e si versò nel palmo della mano un abbondante quantitativo d’olio. - Con questo dovrebbe andare meglio - mi disse, incrociando il mio sguardo. Prese il grosso fallo scuro con una mano e, con l’altra, lo spalmò con quell’unguento profumato. I suoi gesti, pur essendo decisi e rapidi, erano straordinariamente erotici e sensuali, e il vederle tra le mani quel cazzo che non era il mio solleticava piacevolmente la mia fantasia. - E’ incredibile. E’ proprio uguale ad uno vero. Ora che la mano scivola senza alcuna difficoltà, non sembra esserci quasi nessuna differenza - disse Athina, continuando a cospargerlo con l’olio.
Eravamo sdraiati uno di fianco all’altra, ed io la guardavo, la base del lungo fallo appoggiata sulla sua pancia, far scorrere la mano, lucida per l’olio abbronzante, lungo tutta l’estensione dell’oggetto del nostro desiderio. Non mi sfuggiva coma Athina indugiasse, in punta di dita, sulla larga cappella, e sulle vene, in rilievo e riprodotte con estrema precisione, che correvano lungo tutta l’asta. Se ancora cercavo una conferma di come lei si sentisse coinvolta da quella imprevista situazione… beh… l’avevo davanti ai miei occhi. Allungai una mano a toccare il fallo anche io, accorgendomi immediatamente di come l’olio lo avesse reso liscio e scorrevole. - Ti piace ? - le chiesi sempre più stimolato dalla situazione. - Da morire… sì… moltissimo… - mi rispose lei, continuando ad accarezzarlo.
La sua mano aveva preso a muoversi in modo diverso da prima, con carezze sempre più voluttuose e lascive. Il fallo era lucido d’olio: ogni sua piega, ogni sua increspatura, ogni suo particolare così fedelmente riprodotto risaltava perfettamente, stimolando i nostri sensi in modo sempre più evidente. La larga cappella scura, riflettendo la luce della lampada accesa sul comodino, sembrava brillare, scintillare magicamente ai nostri occhi. La mano di Athina si spostava lenta, ora stringendo, ora sfiorando: le sue dita carezzavano sempre più spesso la cappella, con voluttà e desiderio crescenti. Eravamo entrambi eccitati e stimolati da questo nuovo ed elettrizzante gioco erotico. Guardavo le sue mani su quel gigantesco cazzo di gomma scura, ed immaginavo di vederle masturbare il cazzo di un uomo di colore, di vederle scivolare su una verga fremente, fino a farla esplodere, fino a veder colare lo sperma, bianco e denso, sulle sue unghie rosa… E pensavo anche alle straordinarie sensazioni che quell’oggetto avrebbe provato se fosse stato vivo, sensibile, eccitabile, se avesse potuto sentire le dita di Athina come il mio cazzo era abituato a sentirle, così meravigliosamente delicate, morbide ed esperte. - Carezziamolo insieme - mi disse Athina, con voce all’improvviso malferma.
Mi sollevai su un gomito e poggiai la mia mano vicina a quella di Athina. Lei si sporse verso di me e ci baciammo, lungamente ed intensamente. L’eccitazione stava crescendo in noi sempre più forte, solleticando i nostri sensi con una lussuria fino a quel momento sconosciuta.
In breve, le nostre mani presero a scorrere sul lungo cazzo in lattice, carezzandolo, stringendolo, sfiorandolo, Un piacere mai provato, sia fisico che mentale, dilagò prepotentemente in noi. Andammo così avanti per lunghi minuti, godendo della vista delle nostre mani al lavoro su quell’asta così erotica e sensuale. L’eccitazione mi esplose definitivamente nella mente quando Athina, travolta da quello che stavamo vivendo, tolse delicatamente la mia mano da quel cazzo superbo, prendendo a masturbarlo con le sue, come tante volte aveva fatto con il mio pene. La visione che gli occhi mi trasmettevano, di quella sua elegante e sensuale mano che andava in su ed in giù, lungo quel fallo così grosso, era intensa e sublime, e mi faceva venire in mente pensieri ed idee di un erotismo straordinario. La lingua che le spuntava tra le labbra dischiuse, Athina l’aveva impugnato e con movimenti delicati simulava di scappellarlo, sempre più rapida, sempre più veloce. Era poesia il contrasto tra la pelle più chiara e le lunghe unghie rosa di quella mano ed il colore scuro di quel cazzo. Ma se per me, in quei momenti, era difficile mantenere una parvenza di controllo, per lei stava arrivando rapido il punto di non ritorno: Athina aveva letteralmente perso la testa, risucchiata in un abisso di sensualità quasi animale.
La mia ragazza si voltò, appoggiando il cazzo eretto sul lenzuolo, si mise in ginocchio e, scendendo con la testa, fece passare una prima volta la lingua sull’intera cappella. Fui percorso come da una scossa, da un brivido di desiderio sconvolgente. La guardavo, ed immaginavo lei con un altro uomo, con un uomo di colore, che offrisse il suo cazzo ai baci delle labbra di Athina: ma sentivo anche la gelosia divorarmi, al solo pensiero che ciò potesse accadere veramente. Ma l’emozione e la straordinaria eccitazione, per quello che vedevo e che immaginavo nella mia testa, si mischiavano al senso di possesso che sentivo per lei, in una miscela erotica e devastante. Volevo prenderla subito, entrare in lei, quasi con cattiveria, mentre la osservavo leccare, ansimando e mugolando eccitata, abbandonandosi ad un piacere ormai indescrivibile, quella grande cappella scura. Athina socchiuse le labbra, facendole scivolare lentamente lungo l’asta: quindi ingoiò il fallo, iniziando a pomparlo con un trasporto totale e assoluto. Era uno spettacolo unico e conturbante.
Mi accostai a lei, da dietro, e le toccai con due dita il sesso aperto: era bagnata, impregnata e fradicia dei suoi umori, invitante e desiderabile come non mai. Accostai il mio cazzo alla sua fica ardente e la penetrai con un unico e deciso colpo di reni. Athina sollevò la testa, lanciando un grido di piacere, sentendosi presa così a fondo e così improvvisamente: poi si chinò di nuovo, per ricominciare a succhiare il fallo, alternando la lingua con le labbra. Venimmo quasi contemporaneamente, lei gridando tutta la sua eccitazione per avere finalmente a disposizione due cazzi, ed io moltiplicando il mio orgasmo all’infinito, immaginando che la mia donna stringesse tra le labbra e si riempisse la bocca dello sperma di un altro uomo…
E’ inutile che vi dica che fu una lunga e caldissima notte. Eravamo entrambi infiammati dal desiderio come non c’era mai accaduto, trascinati via da quelle sensazioni, così intense e contrastanti, che si mescolavano meravigliosamente nei nostri corpi e nelle nostre menti. Vedo ancora, come in un vecchio album di fotografie, come istantanee che il tempo mai cancellerà, Athina inginocchiata davanti a me, sdraiato sul letto e con il pene eretto e palpitante; Athina tra le mie gambe, che mi lecca e mi succhia il cazzo, la sua mano alla base del pene a tendere la pelle e ad esporre completamente la cappella; ed io che tengo il lungo fallo di gomma accostato al mio membro, e la bocca di lei che passa da uno all’altro, instancabile, esperta, e godendo di entrambi. E quando gli schizzi del mio sperma erano esplosi, colando sulla sua mano, e depositandosi anche sulla cappella dell’altro cazzo vicino, Athina, una mano fra le gambe a darsi il piacere, aveva ripulito ed assaporato tutte e due le aste con la sua lingua morbida e guizzante…
Così, dopo quella straordinaria notte, quel giocattolo, che comprai in un sexy-shop al Pireo, divenne lo strumento per vivere nuovi momenti di erotismo affascinante. Come quell’altra notte in cui… Ma, come al solito, questa è un’altra storia. Tranquilli. A suo tempo ve la narrerò.
FINE
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